Gli uffici pastorali > Ufficio Vocazioni

Piazza Duomo, 9 - 84013 CAVA DE' TIRRENI

 

Direttore: Don Antonio Landi [e-mail]

 

Membri

 

Don Michele Fusco
c/o Parrocchia S. Andrea Ap. - 84011 AMALFI
[e-mail]

 

Don Mario Masullo - Rappresentante sacerdoti diocesani
Via G. Pellegrino, 44 - 84013 Cava de' Tirreni
[e-mail]

 

Don Antonio Esposito - Rappresentante diaconi permanenti
Via Torre, 22 - 84010 Minori
[e-mail]

 

Suor Santina D'Atri - Rappresentante religiose
c/o Suore Alcantarine - Via P. Formosa, 18 - 84013 Cava de' Tirreni
[e-mail]

 

Suor Annamaria Ceneri - Rappresentante monache di clausura
c/o Monastero Redentoriste - 84010 Scala

 

Francescantonio De Cesare - Rappresentante ministranti e ministri straordinari
Via G. Pellegrino, 150 - 84019 Vietri sul Mare

 

Abramo Silvestro - Rappresentante giovani e fidanzati
Via S. D'Ursi, 5 - 84013 Cava de' Tirreni
[e-mail]  [e-mail]

 

Mariangela Lodato - Rappresentante giovani e fidanzati
Via S. Martino, 4 - 84013 Cava de' Tirreni

 

SOMMARIO

 

L'Equipe di Pastorale Vocazionale: identità e finalità

 

Il fascino giovane della vocazione

(articolo di Anita Zampa - EPV)

 

Prendersi cura dell'anima - I giovani e l’educazione dei sentimenti

(articolo di Vittoria Attanasio - EPV)

 

E’ lo Spirito che ci parla. Coltivare l’attitudine al discernimento

(articolo di Carmen Avagliano & Manuela Colucci - EPV)

 

Storia di una chiamata

Raffaele Ferrigno racconta la sua vocazione alla vita sacerdotale

 

 

L’Équipe di Pastorale Vocazionale:

identità e finalità

La Chiesa di Cristo non può fare a meno di annunciare il Vangelo della vocazione, per-ché anch’essa è stata convocata dal Padre per fare memoria, testimoniare e celebrare il Ver-bo della vita. Chi-ama solo chi è amato, e la comunità ecclesiale ha sperimentato che, «quan-do venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Leg-ge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, e affinché noi ricevessimo l’adozione a fi-gli» (Gal 4,4-5). Essa è stata generata dall’amore del Padre, il quale «ha mandato il suo Fi-glio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui» (1Gv 4,9); è stata redenta dall’atto di amore del Figlio «poiché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8b); è stata vivificata e santificata nel dono dello Spirito che la «guiderà alla ve-rità tutta intera» (Gv 16,13a).

L’identità della Chiesa si radica nella sua coscienza di essere chi-amata dal suo Spo-so (cf. Ef 5,24-33); ad essa è affidata il compito di farsi pellegrina, fare discepole tutte le genti, insegnare tutto ciò che il Signore le ha comandato (cf. Mt 28,19-20a). La natura della comu-nità ecclesiale diventa tutt’uno con la sua missione: «Allora (i discepoli) partirono e predi-carono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la Parola con i prodigi che l’accompagnavano» (Mc 16,20).

«Poi udii la voce del Signore che diceva: "Chi manderò e chi andrà per noi?". E io risposi: "Eccomi, manda me!"» (Is 6,8): chi è chiamato a chiamare? In virtù del Battesimo, tutti i membri della comunità ecclesiale sono soggetti protagonisti e propositivi dell’evangeliz-zazione. In particolare, «ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mon-do. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di lui ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto le porte dell’incredulità. Abbiamo bisogno di uo-mini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apre il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (J. Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Sie-na 2005, 63-64).

È qui che si colloca la ragion d’essere dell’équipe diocesana di pastorale vocazionale: es-sa si configura come un gruppo di giovani e adulti impegnati in un cammino di discerni-mento vocazionale, convocato da Dio a riflettere sulla comune vocazione alla santità, radi-cata nel Sacramento del Battesimo. Le linee guida saranno scandite dalla familiarità con la Sacra Scrittura, dall’analisi dei documenti magisteriali e dei testi inerenti ai temi vocazio-nali e giovanili, dall’educazione alla preghiera e dalla prassi dell’accompagnamento spiri-tuale.

Nella Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte (Città del Vaticano, 6 gennaio 2001), a conclusione de Grande Giubileo dell’Anno Duemila, il santo padre Giovanni Paolo II ha indicato ai fedeli la necessità di ripartire da Cristo e ha inoltre invitato a non lasciarsi se-durre dalla «prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!» (NMI 29). Quali sono allora le priorità pastorali che do-vranno scandire il cammino della Chiesa nel terzo millennio? Non si è esitato dire che «la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità» (NMI 30). «Porre la programmazione pastorale nel segno della santità è una scelta gravida di conse-guenze. Significa esprimere la convinzione che se il Battesimo è un vero ingresso nella san-tità di Dio attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalisti-ca e di una religiosità superficiale. (…) Le vie della santità sono molteplici, e adatte alla vo-cazione di ciascuno. (…) È ora di riproporre a tutti con convinzione questa "misura alta" della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione. È però anche evidente che i percorsi della santità sono personali, ed esigono una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone» (NMI 31). La pedagogia della santità si concretizza attraverso:

(1) l’educazione all’arte della preghiera, struttura portante della vita cristiana (NMI 32-34);

(2) la celebrazione dell’Eucaristia domenicale: fonte e culmine della fede (NMI 35-36);

(3) la cura per il Sacramento della Riconciliazione, come tempo e luogo in cui si fa esperienza dell’abbraccio benedicente del Padre (NMI 37);

(4) riscoprire il primato della grazia, evitando la tentazione che da sempre logora ogni cammino spirituale e la stessa azione pastorale: quella di pensare che i risultati dipendano dalla nostra capacità di fare e di programmare. Certo, Iddio ci chiede una reale collaborazione alla sua grazia, e dunque ci invita ad investire, nel nostro servizio alla causa del Regno, tutte le nostre risorse di intelligenza e di operatività. Ma guai a dimenticare che "senza Cristo non possiamo fare nulla" (cf. Gv 15,5) (NMI 38);

(5) il primato della santità e della preghiera non è concepibile se non a partire da una rinnovata relazione, personale e comunitaria, con la Parola di Dio. L’ascolto e l’annuncio sono le dinamiche basilari attraverso le quali il credente entra in prima persona nel mistero di Dio e lo comunica a quanti desiderano accogliere il messag-gio della salvezza (NMI 39-41).

Così formati ad un’identità e coscienza vocazionale e profetica, i membri dell’équipe diocesana di pastorale vocazionale rappresenteranno il "lievito di Vangelo" che desidera far fermentare la "pasta ecclesiale" in tutte le sue componenti, in primo luogo le famiglie e i giovani, destinatari privilegiati dell’annuncio della Buona Notizia.

Nel dettare gli orientamenti pastorali per il primo decennio del Duemila, i Vescovi italiani hanno sentito l’esigenza di ribadire che «ora abbiamo tutti una grande responsabi-lità: se non sapremo trasmettere alle nuove generazioni l’amore per la vita interiore, per l’ascolto perseverante della Parola di Dio, per l’assiduità con il Signore nella preghiera, per un’ordinata vita sacramentale nutrita di Eucaristia e di Riconciliazione, per la capacità di "lavorare su se stessi" attraverso l’arte della lotta spirituale, rischieremo di non rispondere adeguatamente a una sete di senso che pure si è manifestata. (…) Per quanto riguarda la famiglia, va ricordato che essa è il luogo privilegiato dell’esperienza dell’amore, nonché dell’esperienza e della trasmissione della fede» (Conferenza Episcopale Italiana, Comunica-re il vangelo in un mondo che cambia, Roma 2001, 51-52).

Nel tratteggiare il volto missionario delle comunità parrocchiali, si è ulteriormente presa coscienza che: «la parrocchia missionaria fa della famiglia un luogo privilegiato della sua azione, scoprendosi essa stessa famiglia di famiglie, e considera la famiglia non solo come destinataria della sua attenzione, ma come vera e propria risorsa dei cammini e delle proposte pastorali. (…) L’intero rapporto tra la comunità cristiana e i giovani va ripensato e, per così dire, capovolto: da problema a risorsa. (…) Missionarietà verso i giovani vuol dire entrare nei loro mondi, frequentando i loro linguaggi, rendendo missionari gli stessi gio-vani, con la fermezza della verità e il coraggio dell’integralità della proposta evangelica» (Conferenza Episcopale Italiana, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, Roma 2004, 9).

Facendo tesoro dei dati sin qui raccolti, il cammino formativo dell’équipe sarà cen-trato sulla centralità della Parola di Dio, come luogo privilegiato attraverso cui Dio e l’uo-mo entrano in relazione. Si offrirà una galleria di personaggi biblici dell’Antico Testamento (Abramo, Mosè, Davide, Geremia) la cui esperienza vocazionale risulta particolarmente suggestiva e paradigmatica per la riflessione credente, e farà da apripista allo studio della persona di Gesù di Nazaret, il Sì definivo pronunciato da Dio all’umanità

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Il fascino giovane della vocazione

Anita Zampa – EPV

«Voi chi dite che io sia?». È questo l’interrogativo che Gesù di Nazareth pone a coloro che egli chiama, ieri come oggi, invitandoli a entrare nel suo mistero di Dio fatto uomo, di Dio creatore che si è fatto creatura, condividendo in tutto, persino nell’angoscia del Getsemani, il destino dell’uomo!

Eppure, quel Gesù, che ha tanto amato le sue creature da offrire la propria vita per la loro salvezza, lascia l’uomo libero nella sua risposta personale: non vi è stata alcuna imposizione, e così Pietro ha espresso a parole quel che gli ardeva dentro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16): sì, perché "libertà" è la parola chiave di ogni incontro con il Signore e la vocazione diventa, di conseguenza, un dialogo fra due libertà, quella di Dio e quella dell’uomo.

Dio chiama l’uomo (e chiama chi, quando e dove vuole!) e l’uomo è libero di rispondere alla chiamata o di tornare a casa, come il giovane ricco, che, invitato da Gesù a seguirlo, preferisce le proprie ricchezze materiali e se ne va triste perché ha incontrato il Signore ma non ha trovato il coraggio di lasciare tutto per mettersi alla sua sequela (cf. Mt 19,16-22).

Ma qual è la risposta del giovane d’oggi alla chiamata del Signore? Partiamo da una sorta di radiografia della gioventù, del suo sentire e del suo essere: sempre più spesso il giovane è accusato di vivere senza aspettative ed aspirazioni o alti ideali, interessato a vivere solo il momento presente e nel miglior modo possibile, in una sorta di indifferenza generale, che non gli permette di godere di ciò che ha.

Ma la gioventù è anche l’età della speranza, dei progetti e degli ideali; è l’età in cui si cerca il senso della vita ed il significato di quanto accade nel mondo; è l’età in cui si vuole combattere contro le istituzioni e la società per abbattere i muri che separano tanti popoli e per migliorare un po’ la storia; ed è anche l’età in cui si affrontano le difficoltà a testa alta, con entusiasmo ed eccitazione in quanto ogni ostacolo diventa una sfida.

Ed è proprio ai giovani che Gesù rivolgeva ed ancora oggi rivolge particolarmente la sua chiamata; del resto l’apostolo prediletto, Giovanni, era anche l’apostolo più giovane!

A questo punto possiamo domandarci "a cosa chiama Gesù"?

Egli chiama, innanzitutto, a vivere il quotidiano in maniera autentica: tanti giovani, purtroppo, nell’affannosa ricerca di qualcosa o qualcuno in cui credere, tentano tante strade, praticano diverse alternative perché delusi di ciò che hanno trovato e, alla fine, si perdono perché quel senso di insoddisfazione che spesso rode dentro, li logora giorno dopo giorno.

Eppure basterebbe guardarsi dentro e fissare lo sguardo su quel Dio che prima di ogni altra cosa ci ha chiamati alla vita «Signore, dove abiti?» (Gv 1,38): Lui ha un itinerario preciso per tutti e per ognuno in particolare "Vieni e vedrai!"; ed ancora una volta lascia liberi di tornare a casa o di credere in Lui, proprio come Abramo che, sulla sola parola del Signore, lasciò la propria famiglia, la propria terra, il proprio lavoro, sé stesso per andare verso un paese che non conosceva, sulla base di una promessa umanamente irrealizzabile: avere un figlio nella vecchiaia e, per di più, da una moglie sterile! (cf. Gen 12-23).

La forza della fede, dunque, è quella forza di mettere in gioco sé stessi, in un mondo che bada all’apparire più che all’essere, alla bellezza esteriore più che alla profondità del cuore e rispondere alla chiamata del Signore "Eccomi, sono giovane, il mondo mi offre tanti piaceri e tanti divertimenti, ma io Ti seguirò!".

È una risposta difficile perché Colui che chiama non ammette misure intermedie, ma scelte decise "si, si - no, no!": la vocazione alla quale il Signore destina il giovane è di essere e di vivere la propria vita quotidiana con la gioia di chi ha capito che la liquidità dei rapporti la si può trasformare solo mettendosi alla scuola del Signore e del suo Vangelo: «Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6).

E, poi, c’è l’altra chiamata, quella più difficile, quella che spaventa maggiormente perché implica una scelta radicale e definitiva, quella del dono totale di sé, della vita consacrata, di qualcosa di grande: mettere la propria vita al servizio di Dio e della Chiesa!

Ogni giovane attende l’amore, sognando la ragazza o il ragazzo con cui condividere il proprio mondo interiore: spesso l’amore arriva, il giovane è soddisfatto, ma vive nel proprio intimo una sensazione di incompletezza; altre volte tra i tanti volti sognati emerge uno "che non ha volto", ma chiama "Vieni, lascia tutto e seguimi!": è una voce forte perché forte è la scelta che bisogna fare: «il cuore non può essere costretto» scrive p. Amedeo Cencini «ma può e deve essere educato a scoprire la grandezza della chiamata ed il fascino del Cristo vivente, e reso, poi, capace e libero di dare risposta».

Ecco di nuovo il discorso sulla libertà, che è la condizione naturale alla quale Dio ci ha chiamati: non è libero nel cuore chi va dove lo porta il cuore, ma chi guida il suo cuore là dov’è il suo tesoro, la propria vocazione, sé stesso per dire con Pietro: «E’ bello, Signore, per noi stare qui!» (Lc 9,33).

Come osserva p. Cencini, «per seguire Gesù non bastano da sole la motivazione teologica ("Dio mi chiama") o quella etica ("E’ doveroso fare una scelta oblativa")…occorre anche una motivazione "estetica", ovvero la capacità di lasciarsi attraversare da qualcosa che è sperimentato come intrinsecamente bello e che dà bellezza alla propria vita».

Ed il giovane consacrato non è il giovane triste, antiquato, fuori moda dell’immaginario comune perché Cristo è sempre giovane, la sua logica è giovane, come giovane è il suo Vangelo, un Vangelo di pace, di amore e di speranza: mete che il giovane più di ogni altro cerca incessantemente nel suo cammino quotidiano!

Ebbene, il giovane consacrato è giovane nel mondo e per il mondo, chiamato a vivere la propria vocazione alla vita consacrata tra le difficoltà, gli allettamenti e le sconfitte della vita di ogni giorno, però, con il volto gioioso ed il cuore in festa di chi ha trovato il suo tesoro ed è pronto a condividere la sua ricchezza spirituale con gli altri, fratelli e sorelle che il Signore gli ha posto accanto, e con l’animo umile di chi è consapevole che questo dono non viene da sé perché «non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi!» (Gv 15,16).

Concludiamo con le parole che Giovanni Paolo II rivolse ai giovani durante un suo discorso: «Carissimi giovani, la chiamata di Gesù è esigente, perché vi invita a lasciarvi afferrare da Lui completamente, in modo che tutte le vostre esistenze siano vissute in una luce diversa. Egli è il Figlio di Dio, il maestro, l’amico che dice ai suoi discepoli non vi chiamo più servi, vi ho chiamati amici: e ha dato la prova della sua amicizia dando la vita per noi».

 

Prendersi cura dell’anima

I giovani e l’educazione dei sentimenti

Vittoria Attanasio - EPV

Nel panorama complesso del mondo odierno, si sono persi molti splendidi orizzonti, a vantaggio di pseudo-realtà che, apparentemente, riempiono le nostre vite, rendendole frenetiche e super impegnate, ma che, nella sostanza, le svuotano progressivamente di senso.

Se ciò è vero per la società in generale, è tanto più vero per gli adolescenti che si trovano a vivere una fase transitoria e fondamentale della vita, portatrice di immense scoperte cognitive, affettive e relazionali, che può al tempo stesso essere un vero "terremoto" che investe la nostra quotidianità. I giovani sono tutto e il contrario di tutto: sono capaci di amori veri e grandissimi ma sanno odiare persino se stessi; hanno sete di scoperte e verità ma poi si accontentano di "paradisi illusori"; cercano il divertimento ma spesso non sanno gestirlo; amano la vita ma la buttano via così facilmente.

La cultura mass-mediatica odierna non fa che influire e, talora, danneggiare processi biologici (quelli del passaggio dall’adolescenza alla fase adulta, l’adolescente non è più bambino ma è uomo solo in nuce) già di per sé complicati. È luogo comune parlare di "tempesta ormonale", dovremmo piuttosto osservare quanto i giovani di oggi crescano a pane e reality, spendano il loro tempo tra videogames e talk-show, siano vittime inconsapevoli di canoni e mode che abili burattinai gestiscono con finalità puramente economiche. Lungi dal demonizzare i mezzi di informazione (Internet, TV, cellulari, I-Pod…), è dovere morale capire quanto il loro abuso privi l’adolescente, in primo luogo, delle possibilità di sviluppare senso critico e capacità relazionali, di sentirsi stimolati a scoprire le mille bellezze della vita, di formare un’identità personale, di interrogarsi sul senso della propria esistenza e formulare così un’adeguata scala di valori.

Anni di studi pedagogici, filosofici e psicologici hanno finalmente sciolto le riserve sull’importanza del "cuore! (altrimenti definito intelligenza emotiva o sentimento). L’entità-parola "cuore" è centrale sin dalla cultura omerica, per non parlare di quella biblica e di conseguenza cristiana. Figura di riferimento importantissima in questo campo è quella di Edith Stein, ovvero Santa Teresa della Croce, che approfondisce il fenomeno innato (ma anche educabile) dell’empatia: "l’afferramento della coscienza altrui", in altri termini, un mettersi nei panni dell’altro, senza giudicarlo; immedesimarsi, condividere le sue emozioni, partecipare della sua esperienza e vedere il mondo dai suoi occhi. Sappiamo farlo? Sanno farlo i giovani di oggi?

È preoccupante constatare l’imperante "analfabetismo sentimentale", il considerare la vita razionale più importante di quella interiore ed emotiva. Educare i sentimenti significa, innanzitutto, porsi nelle condizioni di sapere ascoltare, riconoscere ed esprimere la vita emotiva; di assumersi la responsabilità delle scelte che si compiono in conseguenza di ciò che si prova; di diventare più consapevoli di sé e della propria anima coltivando la saggezza come strumento di educazione morale. Come si può, dunque, educare al "sentire"?

La sensibilità si coltiva nel silenzio più che nel clamore, nel lasciar emergere dentro di sé lo spazio per accogliere l’altro, nell’accorgersi della sua presenza accanto a noi, nel vederlo ed elaborare una relazione significativa. Il rischio è proprio questo: che il caos delle nostre città, la confusione e la fretta delle nostre vite, il frastuono dei divertimenti e delle perdite di tempo soffochino la dolcezza di sentimenti più pacati come tenerezza, compassione, comprensione, empatia. Abituati ad esperienze artificiali come chat, forum, sms, blog, reality, fiction… si corre il rischio di assumere anche un linguaggio stereotipato, cui non corrispondono sentimenti reali di amore o amicizia, e di cercare solo esperienze virtuali perché ormai disabituati al contatto vero, incapaci di reggere emozioni reali e affrontare sfide, successi, delusioni e ostacoli quotidiani.

L’esigenza diffusa di andare oltre, superare i limiti precedenti provando esperienze sempre più forti, rende i giovani incapaci di vivere il presente come quel tempo che è prodotto del passato e speranza per il futuro: il presente è sentito come attimo privo di senso, fugace, un "qui e ora", tutto e subito.

Si ha pudore a parlare di sentimenti; gli adulti fanno finta che non esistano; non li nominano per paura di renderli reali e privano i figli della bellezza e del valore di vedere i loro genitori scambiarsi manifestazioni di tenerezza. Eppure, è così facile per tutti parlare di sesso…

Per ridare dignità ai sentimenti occorre prendersi cura delle parole: le parole sussurrate sono forse in grado di colmare quel vuoto interiore che i giovani cercano di riempire con la ricerca di sensazioni forti contro la noia (corse automobilistiche, sassi dal cavalcavia, droghe e tante altre esperienze estreme all’apparenza "folli"), di parole gridate contro l’indifferenza. La dicotomia via rationis - via amoris è inesistente; ne risulta invece una forte interrelazione: la ratio può spiegare e dare senso ai moti dell’anima.

Lasciarsi interrogare dai sentimenti significa lasciarsi attraversare dall’inquietudine, senza velarla né fuggire. La fuga e l’indifferenza non producono benessere; la condivisione è l’esperienza dialogica che ci fa scoprire il nostro io nel tu del prossimo e che arricchisce la nostra esistenza. Relazionarsi con un altro significa mettersi in gioco come persona e scoprire così le proprie possibilità e la propria identità. Queste relazioni autentiche possono indicare ai giovani la via da percorrere per uno "slancio" che è l’ex-sistere stesso: uno slancio verso l’altro, verso l’avvenire, verso un orizzonte di senso.

L’esistenza umana è peculiarmente contraddistinta dalla possibilità di scelta. Non rinunciamo a credere che l’uomo imparerà a scegliere questa strada: aprirsi all’altro per ritrovare il sé e recuperare quella "grammatica dei sentimenti" che ci fa essere creature autentiche.

Come spesso accade, lasciamo "la risposta ai giovani, le nostre sentinelle del mattino. Di più, la luce stessa del mondo"(Giovanni Paolo II).

 

E’ lo Spirito che ci parla

Coltivare l’attitudine al discernimento

Avagliano Carmen & Colucci Manuela - EPV

La virtù del discernimento è quella qualità dell’animo che consente di distinguere in ogni circostanza cosa convenga fare e, ancor prima, che si può e si deve prendere una decisione senza restare sempre e solo spettatori della nostra vita.

Questo è quanto afferma il teologo Giuseppe Angelini nel suo volume Le ragioni della scelta (edizione Qiqajon). La sua opinione è che, spesso, l’uomo attuale è incapace di scelte autentiche «perché in realtà non abbiamo ancora deciso se convenga vivere e per che cosa convenga vivere» (p.16).

Spesso ci si ritrova ad essere spettatori della propria esistenza senza che la si viva effettivamente. Come colui che cambia di continuo canale senza sapere di che spettacolo si tratti davvero, ci si ritrova senza il desiderio di venire a capo delle ragioni profonde del proprio essere, lasciandosi trasportare dalla corrente degli eventi.

È necessario allora, grazie anche ad un confronto con la realtà, avere il coraggio dei propri desideri, approfondendoli e precisandoli, sino a divenire pervasi da un forte senso di nostalgia, intesa nella sua accezione originale: dolore (àlgos) per un ritorno (nòstos) impossibile.

Da sempre l’uomo sente il bisogno di conoscere in anticipo come si concluderà la propria storia ancor prima di viverla, ma ciò è impossibile! Per questo, egli tende a trattenersi dietro un vetro senza entrare con decisione nella stanza della propria esistenza.

Sorge così la tentazione di tenere in sospeso i desideri di vita che ogni uomo porta con sé, perché riconosciuti come impossibili. Tuttavia la vita delle persone sembra paragonabile alla notte di San Lorenzo: bisogna sempre tener pronti dei desideri così come bisogna afferrare a volo le occasioni propizie alla propria vita. Si deve sempre vivere animati da uno o più desideri in modo da avere concretamente la possibilità di realizzarli, nel momento in cui si presenta l’occasione.

In realtà alla base di questo atteggiamento ci sono ragioni storiche ben precise. Oggigiorno, infatti i rapporti umani sono diventati impersonali e distaccati a causa della complessità della presente società, sicché si tende ad essere cauti e a spiare le occasioni propizie per ricavare dallo scambio sociale il proprio vantaggio. A ciò va aggiunta poi anche la diffusa tendenza culturale che propone il raggiungimento dell’autonomia personale.

Questo ideale dell’autarchia induce alla riduzione al minimo dei propri interessi e dei desideri, generando quello che Angelini definisce l’io minimo.

Robert Musil ne L’uomo senza qualità (edizione Mondadori), ci offre uno specimen dell’uomo che, considerando tutte le qualità comuni a lui estranee, non trova alcuna ospitalità nel reale per la sua più vera e profonda identità, per cui preferisce rifugiarsi nella fantasia.

Occorre pertanto riconoscere con forza che la nostra identità personale non può essere ricercata nella fantasia passiva. Essa va ricercata nella trama della nostra storia effettiva, credendo appieno nel dovere di discernere un senso in ogni particolare di tale storia e riuscendo a leggere i segni dei tempi.

Importante è prendere una decisione nel presente senza preoccuparsi delle circostanze imprevedibili, ma considerando il proprio agire per il senso sicuro che fin da oggi esso afferma. Leggere i tempi della vita umana quali segni vuol dire leggere in essi la voce dello Spirito di Dio, e a Lui rispondere con la propria azione.

Al discernimento della voce dello Spirito concorrono molti elementi: la conoscenza della legge di Dio, tanti esempi illuminanti, l’esperienza procurata da tante esperienze già vissute, la maturazione psicologica e tutto ciò che concorre a plasmare la nostra coscienza morale.

Condizione indispensabile per cogliere la nostra stella cadente è la preghiera, che ci aiuta a dare forma ai nostri desideri, rendendoli concreti e permettendoci di percepire il significato spirituale delle occasioni della vita.

Questa voce che parla dentro di noi ha un nome ben preciso: vocazione.

Essa può essere concepita sia come chiamata alle piccole circostanze della vita, sia come quella voce che imprime una direzione definitiva a tutta la nostra vita.

E proprio la nostra vita è il risultato di tante piccole scelte prese nei momenti più svariati, anche quando sembrava non avesse alcuna importanza. Ognuna di queste decisioni però alla fine risulta avere la sua importanza nella totalità della vita.

Si può quindi affermare che dietro tutte le nostre scelte c’è la presenza dello Spirito Santo che ci guida nel nostro cammino.

L’uomo non può capire l’opera di Dio dall’inizio alla fine, ma deve porsi in atteggiamento di umile riconoscimento del mistero di Dio.

 

Storia di una chiamata:

Raffaele Ferrigno racconta la sua vocazione alla vita sacerdotale

"O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne, in terra deserta, arida, senza acqua"(Sal. 63). E’ indiscutibile che ognuno nella propria vita cerchi ciò che renda felice. Questo è un bisogno inesorabile di ogni uomo che si interroga e cerca continuamente chi o cosa gli assicuri la vera felicità.

Ebbene, rispondendo a questa domanda, oggi dico senza nessun’ombra di dubbio: Gesù Cristo!

Sono cresciuto sin da piccolo in un ambiente di fede, ho respirato sin da tenera età l’atmosfera della Chiesa; sentivo attrazione per "qualcosa" che si faceva pian piano largo dentro il mio cuore e cercava di venir fuori. Ma quando si pensa che la vita è "propria", e si cerca in tutti i modi di stabilirne il senso e la direzione, non ci si immagina che esiste una "volontà", diversa dalla propria, che ci propone la "sua" strada e ci provoca a seguirla con spirito fiducioso. Ci si accorge che la felicità più piena la si raggiunge seguendo non i propri desideri ma questa "volontà altra". La felicità che si ottiene senza tener conto di questa volontà si rivela, poi, solo apparente, effimera.

In adolescenza a me piaceva studiare e ho seguito gli studi classici anche in vista dell’università che volevo intraprendere al termine. E così è stato! Mi sono laureato in sociologia sulla soglia dei 24 anni e poi sono entrato nel mondo del lavoro, con le sue difficoltà. Tutto sembrava andar bene; ed io stesso sembravo soddisfatto della mia scelta o mi illudevo che così fosse. Fino a quando ho cominciato a chiedermi, ormai quasi trentenne, in un bilancio della mia vita, se ciò che stavo facendo mi appagasse realmente. Mi stavo giocando una chance importante, stavo per decidere ciò che sarebbe stato definitivamente della mia vita. Forse non desideravo spendermi esclusivamente nel lavoro, forse non vedevo le mie energie solo a servizio di una singola famiglia, né mi sembravano affascinanti altre vie. Ma, ecco, che entrando realmente in me stesso, interrogandomi seriamente, seguendo gli spunti che venivano dalla mia quotidianità, mi appariva sempre più chiara l’attrazione che provavo per la persona che sin da bambino avevo conosciuto e per la quale volevo rendere speciale la mia vita: Gesù. Quando ho preso coscienza di questa realtà nuova, meravigliosa, che si dischiudeva dinanzi a me, la forza di questa proposta era talmente irresistibile che non potevo - e non mi sono sentito – di lasciar perdere questa bellissima scelta e… mi sono lanciato! Ciò che desideravo, ora lo sto vivendo e sono felice.

Sono ormai tre anni dal mio ingresso nel seminario arcivescovile di Napoli (Capodimonte). Da allora formazione, studio e preghiera sono stati il mio pane quotidiano per prepararmi a questo importante momento in cui compiuta una parte del discernimento (sono infatti 5 gli anni di formazione in seminario) la Chiesa diocesana con in capo l’Arcivescovo Orazio riconosce e ufficializza il mio ingresso tra i candidati a diventare ministro e presbitero. Questo è il primo passo e lo scorso 21 ottobre nella Collegiata ad Atrani sarò chiamato a svolgere le promesse di fronte al vescovo, ai miei formatori, compagni di seminario e dinanzi alla comunità parrocchiale tutta. Il vescovo dopo l’omelia mi ha posto due domande: in primo luogo mi ha chiesto se volevo portare a termine la mia preparazione per assumere nella Chiesa il ministero dell’Ordine e in secondo luogo se avrei voluto profondere il mio impegno nella formazione spirituale per imparare e testimoniare la fedeltà nel ministero e nella Chiesa. Prese nella loro singolarità queste domande mi fanno tremare davvero le ginocchia. Accoglierle con leggerezza, vorrebbe dire che altrettanto leggere sarebbero le risposte che ho dato dinanzi alla comunità parrocchiale, giunta a testimone delle mie promesse. Al contrario dare delle risposte consapevoli significa che è questa la vita che desidero proseguire e perseguire, la gioia più grande è seguire Cristo che ha suscitato in me la chiamata, testimoniarla con la vita. Tradurre tutto ciò in realtà, calarlo nel quotidiano non è affatto semplice ma sin dall’inizio ho chiesto a Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito la saldezza e la perseveranza. Se Gesù Cristo ha suscitato in me la vocazione sia davvero Lui luce ai miei passi e sostegno nei momenti difficili affinchè sia compiuto ciò che Lui vuole.

La preghiera di tutta la Comunità mi assista e mi accompagni sempre.

                                                                                                                                                                                Sem. Raffaele Ferrigno