Ufficio per la Pastorale della Salute “Una vita abitata”
Una vita abitata
Gal 2,19-20 per chi è malato e per chi gli sta accanto
La Parola
«Sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me. Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,19b-20).
La Riflessione
Arriva un momento in cui la malattia ci toglie quasi tutto ciò che credevamo nostro: le forze, i programmi, il ruolo in famiglia, la possibilità di bastare a noi stessi. Chi sta accanto a un malato conosce un’altra spoliazione: le notti, la stanchezza, la sensazione di non farcela da soli.
In quel momento le parole di Paolo possono sembrare lontane. «Non vivo più io»: come è possibile? Eppure Paolo non chiede uno sforzo. Non scrive «devo annullarmi», ma «sono stato crocifisso con Cristo». È già accaduto, nel Battesimo. Non è una vetta da conquistare, è un dono ricevuto.
Notate poi che Paolo non cancella la propria persona: «questa vita, che io vivo nel corpo». Il corpo resta, con i suoi limiti, e non viene disprezzato. Cambia il fondamento: la vita non poggia più sull’io che deve farcela a ogni costo, ma su Qualcuno che regge.
E chi è questo Qualcuno? Non una forza anonima, ma «il Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me». Quel «per me» è il cuore del brano. Paolo si sa amato personalmente. Chi si sente amato così può permettersi di non bastare a se stesso, perché nel suo punto più fragile non è più solo.
Non diciamo che la malattia sia voluta da Dio, né che il dolore abbia sempre una spiegazione: la sofferenza si accompagna, non si spiega. Diciamo una cosa più semplice. Cristo ha attraversato la debolezza e vi ha posto la sua presenza. In un letto d’ospedale, nella stanza di una casa, nel viaggio verso le cure, nessuno è fuori dalla sua compagnia.
Per chi è malato significa che il proprio valore non dipende da quanto si riesce a fare. Per chi cura significa che la propria forza non deve essere infinita: c’è Uno che porta il peso insieme a voi.
La Vita
Se siete malati. In un giorno difficile bastano poche parole, anche silenziose: «Resta con me». Non vi è chiesto di essere forti per rassicurare gli altri.
Se assistete un malato. Concedetevi il riposo senza sensi di colpa e chiedete aiuto a un familiare, a un amico, alla parrocchia. Accettare aiuto è già un modo di lasciarsi portare.
Se siete una comunità. Una telefonata, una visita, un passaggio in auto per una terapia: gesti piccoli e fattibili questa settimana. Spesso chi è solo non chiede, aspetta che qualcuno bussi.
La Preghiera
Signore Gesù,
tu che mi hai amato e ti sei donato per me,
resta con me nei giorni in cui le forze mi lasciano.
Quando non riesco più a fare, ricordami che sono tuo.
Per chi mi sta accanto sii riposo e pazienza.
Dove non so più pregare, prega tu in me.
Tienici per mano, oggi e domani.
Amen.
Ufficio per la Pastorale della Salute — Arcidiocesi di Amalfi – Cava de’ Tirreni
Per segnalare un malato che desidera una visita, rivolgetevi al vostro parroco.




